• 22/09/2020
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Paolo Mieli
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È un indefesso ribaltatore di certezze acquisite, di teoremi condivisi, di punti di vista assodati. Paolo Mieli esercita questa sua inclinazione con una tale scaltra pacatezza da riuscire a prendere all’amo le persone più faziose e portarle a concludere che in realtà la sua opinione è proprio quella che loro stessi nutrivano. Con Le verità nascoste – Trenta casi di manipolazione della storia (Rizzoli), da pochi giorni in libreria, Mieli fa la stessa cosa. Prende trenta convinzioni correnti in materia di eventi storici e ne dimostra la vacuità.

Fake news storiche, comode versioni, vicende contraffatte, strumentalizzazioni politiche. Sono temi che le appartengono sia in campo storico sia nell’analisi della cronaca politica. Come storico e giornalista, è più importante raccontare presunte verità o svelare bugie?

“La cosa più importante è cercare la verità sapendo che quella assoluta non esiste, che si tratta di un’approssimazione progressiva e continua. I fatti possono essere incontrovertibili grazie alle testimonianze dirette, ma sono l’analisi e l’interpretazione dei fatti a interessare la storia, che invece è controvertibile. Il mestiere del giornalista e quello dello storico sono intrecciati, applicano le stesse tecniche perché interpretare e raccontare richiede la ricerca e la comprensione dei motivi profondi. Bisogna essere consapevoli che non c’è una meta. Una volta che ho scritto l’ultima pagina di un libro non è finito tutto: ho semplicemente messo in discussione delle verità precedenti, consapevole del fatto che poi il mio libro verrà messo in discussione, perché la scienza storica è una ruota che deve girare continuamente”.

Lei descrive trenta casi di manipolazione della storia ordinandoli secondo una tripartizione: verità indicibili, verità negate, verità capovolte. Quale tra queste è la sedimentazione più pericolosa?

“La verità indicibile fa più danni. Laddove si è affermato un dogma ci vuole più di una generazione prima che venga messo in discussione. Le faccio due esempi. Il dogma della positività della Rivoluzione francese: ci è voluto più di un secolo perché si accettasse che alcuni temi della storiografia controrivoluzionaria, tra cui quello del genocidio della Vandea compiuto dai rivoluzionari, erano reali e andavano immessi nel dibattito della storiografia ufficiale. L’altro esempio, a noi più vicino anche se di minore portata, riguarda i crimini commessi dai “buoni” sulla frontiera orientale: l’indicibile questione delle foibe. Esisteva una storiografia nostalgica e locale che aveva posto la questione sin dall’inizio, ma la storiografia ufficiale non teneva in nessun conto le ragioni dei perdenti. In Italia, ci sono voluti cinquant’anni anni perché questo tema venisse dibattuto. Non si tratta di creare un controdogma, ma bisogna smantellare le certezze correnti e aprirle a interpretazioni che sono in grado di minarne le fondamenta”.

Di tutte le omissioni e trascuratezze storiche circolanti, quali sono le più evidenti?

“La più colossale è quella che riguarda il medioevo: millennio maledetto tra due epoche luminose, incuneato tra la caduta dell’Impero romano e il Rinascimento, sempre descritto come periodo buio di peste e di orrori. In realtà, secondo la storiografia più recente, il Medioevo è stato una delle stagioni più ricche e interessanti della storia e noi ne siamo figli ben più che dell’antica Roma. È invece un caso di omissione quello che riguarda la storia dell’Impero bizantino. Dal 300 dopo Cristo fino al 1450, ci sono ben 1150 anni di una storia trascurata dai manuali scolastici. Succede perché la storia viene raccontata come antefatto del presente con riferimento alla creazione della grandezza del proprio Paese, e poiché la Turchia è marginale rispetto alle nazioni dove si è fatta la storia europea, viene quasi del tutto ignorata. Questo dimostra che non si fa una storia reale dei millenni che ci hanno preceduto, ma una storia sottilmente manipolata, che giudica il passato come un continuo cammino verso il nostro presente”.

Il web ha accorciato i tempi della sedimentazione necessaria a trasformare una boutade in verità acclarata, trasformando notizie falsificate in verità storiche?

“Le persone che si formano sul web sono più esposte a prendere per vere asserzioni che sono frutto di congetture. Le illazioni sono più affascinanti delle verità e più utili a dar ragione ai propri pregiudizi nascondendo le notizie scomode. Bisogna avere l’avvertenza di cercare informazioni che danno torto alle proprie tesi, interessarsi a tutto ciò che crea conflitto con la propria identità, trascurando le ricostruzioni che vengono usate per far quadrare i conti con l’oggi”.

Di quanto distacco c’è bisogno per affrontare un fatto?

“La storiografia può essere convincente soltanto quando si è persa la memoria militante. Deve riguardare fatti non vissuti direttamente né da noi né dai nostri padri o nonni e non può mai essere autobiografica. La storia di come è stata costruita l’Italia nell’Ottocento e poi dal 1861 è ancora difficile da affrontare. Solo in anni recenti si è potuto distinguere meglio ragioni e torti, il che non significa rinnegare lo Stato unitario, ma semplicemente riconoscere i limiti delle azioni e delle convinzioni dei nostri progenitori”.

Intervista a Paolo Mieli su 7 – Corriere della Sera

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