• 22/09/2020
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Brittany Kaiser
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«Esiste ormai un’industria della persuasione politica che fattura miliardi di dollari: usa potentissimi strumenti informatici e anche psicologici per alterare le scelte dei cittadini. Quando votano, ma non solo. Sono aziende costruite per produrre servizi di propaganda e disinformazione: prendono di mira i singoli individui, ne ricostruiscono idee, abitudini e vulnerabilità attraverso i loro dati personali e li spingono a cambiare comportamento. Facendo, a volte, perfino scelte contrarie ai loro interessi. Cambridge Analytica era all’avanguardia in queste tecniche di manipolazione delle coscienze. Oggi non c’è più, ma esistono altre imprese simili». Brittany Kaiser, 33enne, texana, lo sa meglio di chiunque altro: ha lavorato per 3 anni e mezzo nel cuore di Cambridge Analytica. Ha chiuso con questa società solo dopo che un ex dipendente, Christopher Wylie, era uscito allo scoperto denunciando i misfatti dell’azienda e del suo capo, Alexander Nix. Più pentita che informatrice (o whistleblower come dicono gli americani), Brittany ha avuto un ruolo fondamentale nel rivelare al mondo, a cominciare dai Parlamenti di Washington e Londra, il modo in cui Cambridge Analytica e la sua società madre, la SCL, sono intervenute nella Brexit, nelle presidenziali americane del 2016, ma anche in tante altre elezioni in giro per il mondo, dalla Nigeria all’Indonesia ai Caraibi.

Le cose che ha denunciato nel 2018 sono state molto utili, ma prima, da donna progressista che aveva cominciato a lavorare quasi da bambina per il partito democratico, ha partecipato a operazioni spregiudicate, frequentando personaggi della destra populista e trumpiana. Ambizione? Ingenuità?
«Posso cercare tante spiegazioni. Ho iniziato la mia carriera lavorando per la campagna di Obama nel 2008, dopo averlo incontrato quattro anni prima, alla convention democratica di Boston, ed essermi entusiasmata per il suo impegno ambientalista. Poi, dopo la rielezione del 2012, i suoi strateghi, David Axelrod e Jim Messina, sono diventati consulenti privati, anche per partiti politici stranieri. A me è capitata l’occasione di Cambridge Analytica. Avevo bisogno di soldi per aiutare i miei genitori in difficoltà. Avrei preferito lavorare per i progressisti, ma il partito democratico era già pieno di consulenti. È così, ma, alla fine, la verità è che in un certo periodo della mia vita mi sono persa, ho smarrito la mia bussola etica».

Chiusa in una bolla come la echo chamber del web nella quale molti cercano conferme delle loro convinzioni, più che confrontarsi con opinioni diverse?
«Sì, vivevo in una bolla: un mondo seducente nel quale avevo accesso a gente molto potente. E non sapevo tutto. Le tecniche usate dal team della pubblicità, ad esempio, le ho scoperte dopo: non lavoravano nei nostri uffici e non vedevo i loro computer. Ma vedevo quello che Trump diceva e faceva, sapevo che lo avevamo aiutato e non potevo essere contenta. Sapevo che eravamo una società che non si limitava a diffondere quei messaggi: li aveva creati».

Lei è lucida e dettagliata nel raccontare in Targeted , il libro che ha appena pubblicato, i suoi anni a Cambridge Analytica. Deve avere una memoria fotografica e grandi capacità analitiche. Come mai lei e gli altri giovani del team – brillanti, plurilaureati e, spesso, progressisti – non avete obiettato? Non discutevate tra voi?
«Il caso che è esploso è quello delle presidenziali 2016, ma la società era grande, lavoravamo su molte elezioni in giro per il mondo. Sviluppavamo anche progetti commerciali, non solo politici. Trump era uno dei tanti clienti. Importante, ma uno dei tanti. Prima lavoravamo per Ted Cruz, un suo rivale. Quanto a me, è vero, ho una memoria fotografica. Ma ho anche potuto portare via da Cambridge Analytica i miei computer intatti, con dentro tutto: anni di email, telefonate, resoconti dei meeting».

Nel libro lei cerca di spiegare il perché dei suoi errori, ma ha anche l’onestà di raccontare episodi come la sua partecipazione ad eventi della NRA, la lobby delle armi.
«È vero. Riavvolgendo il film di quegli anni ho dovuto ammettere con orrore di aver aderito alla NRA, ho indossato anche il loro cappello. E poi, sì, sono salita sul palco della CPAC, in diretta tv davanti a diecimila persone. Era contro le mie idee, ma mi faceva piacere. Mi piaceva essere nel cuore del potere, ero orgogliosa di essere stata scelta per rappresentare l’azienda. Mentirei se non dicessi che penso ancora a quei momenti con un po’ di rammarico».

Come giudica il ruolo della stampa? Quella anglosassone si è scatenata, ma solo quando, dopo 15 anni di elezioni alterate da Alexander Nix in giro per il mondo, sono finiti nel mirino Stati Uniti e Gran Bretagna.
«La stampa ha avuto un ruolo straordinario, anche se a volte è stata dura e anche prevenuta, con me. Tenga conto che Nix tenne le attività di SCL e Cambridge Analytica segrete, salvo i rapporti con i clienti, fino al novembre 2014 quando vincemmo 33 gare elettorali per il Congresso statunitense nelle elezioni di mid term. A quel punto decise di capitalizzare il successo dando più visibilità al nostro lavoro. Cominciò perfino a concedere alcune interviste».

Cambridge Analytica si era impegnata con Facebook a cancellare il database raccolto dal professor Kogan, il docente di Cambridge che lo aveva ricevuto per motivi di ricerca e poi lo aveva girato a voi. Quei dati non furono cancellati: continuaste a usare anche informazioni su decine di milioni di persone che non avevano dato il loro consenso alla cessione dei dati. Nix non capiva che stava pubblicizzando anche attività illegali? «Penso di no, parlava spesso e con orgoglio di questo enorme database di Facebook: era il nostro tavolo di lavoro. Non ci vedevamo nulla di illegale».

Questo prima del 2015, quando Facebook chiese di cancellare quel database e voi assicuraste di averlo fatto.
«No, anche dopo. Sapevamo di Kogan, ma il suo era uno dei tanti archivi usati da Cambridge Analytica. Pensavamo sempre di lavorare su informazioni che avevamo legalmente. Solo più tardi ho scoperto che quei dati non erano mai stati cancellati: Facebook si era limitata a mandare una mail per chiedere di eliminarli, senza effettuare, poi, alcuna verifica».

Avete usato questi dati in vari modi. Qual è il più pericoloso?
«Gli strumenti sono tanti: le psy-ops, operazioni psicologiche, il confronto dei dati individuali, la costruzione di modelli che aiutano a completare i profili carenti. Ad esempio sappiamo che gli oppositori di Trump tendono ad avere automobili straniere, a fare vacanze in Florida e a mandare i figli in certe università. Questi sistemi di microtargeting consentono di individuare, tra le persone avverse al tuo candidato, quelle meno impegnate, le più disilluse. In politica sono i swing voters . Nel marketing commerciale sono chiamati brand switchers. Sono i persuadables: ti concentri su di loro, inutile perdere tempo con chi già ha convinzioni forti. Capisci quali sono gli elettori potenziali del tuo avversario e li allontani dalle urne con pressioni psicologiche di vario tipo. Questa è l’arma più potente, la più pericolosa per la democrazia: inviare loro, al momento giusto, messaggi fuorvianti, costruiti per istillare paura e insicurezza. Spesso basta spostare l’1 o il 2 per cento per cambiare l’esito di un voto. Trump ha vinto nei tre Stati decisivi per poche migliaia di voti».

Lei parla di Mark Zuckerberg come di un moderno dittatore. Un dittatore dei dati. Ma lui sapeva come venivano usati politicamente quelli di Facebook?
«All’inizio pensava solo a creare nuove fonti di fatturato consentendo ai suoi clienti di costruire applicazioni che macinavano, a pagamento, i suoi dati. Detta così suona innocente, ma quando sei una compagnia che connette a miliardi di persone e offri ai tuoi clienti la possibilità di accedere a tutte le informazioni personali di questo universo umano… Beh, parlare di negligenza è riduttivo. E poi la fiducia cieca negli algoritmi. Sa che, nella sua ricerca automatica di talenti, Facebook si è rivolta anche a me: due settimane fa mi è arrivato un invito a join the team. Buffo no?».

Steve Bannon, il rivoluzionario della destra sovranista che fu l’architetto della campagna 2016 di Trump, sostiene che per cambiare le società dei vari Paesi bisogna prima romperle. Lei che ha lavorato con i materiali di Facebook e conosciuto bene Bannon vede una connessione tra le due cose?
«Domanda fantastica. Credo che la natura e le intenzioni di Zuckerberg e Bannon siano simili. Seguono la stessa logica: per fare in modo che le cose vadano come vuoi tu devi imporre le tue regole. Le devi creare tu stesso dimostrando che il vecchio modello non funziona più. Steve l’ha fatto a tappeto negli Usa e poi anche in molti Paesi europei, compresa l’Italia. Mark lo ha fatto cercando di rompere le regole che in giro per il mondo limitavano l’attività di Facebook. Oggi siamo a un bivio: lasciare libera Facebook di fare ciò che vuole o fissare regole che impediscano a Zuckerberg di rompere altre cose?».

Può provare a spiegare in breve quali sono i dati prelevati da ogni cittadino e come possono essere usati per alterare i suoi giudizi?
«Con queste tecniche puoi osservare ogni individuo in tutta la sua vita digitale: ogni informazione che passa dal tuo smartphone o dalle carte di credito – dove vai, cosa compri, cosa leggi, le persone che contatti, i messaggi che scambi, i giudizi che dai con i like – finisce nel tuo profilo personale. E quello che vedi sullo schermo è fatto per influenzare il tuo giudizio».

In che senso?
«Accade quando sei sui social media come Facebook o Twitter, quando scambi email o quando fai ricerche su Google. I risultati, la pubblicità, gli articoli che ti arrivano sono messi lì con un proposito, non c’è niente di casuale. Non te ne rendi conto, ma sei bersaglio di strategie sofisticate, basate anche sulle tecniche della psicografica: l’analisi dei profili psicologici e delle fragilità di ognuno di noi. Se sfrutti queste debolezze per vendere prodotti commerciali è un conto. Con la politica le cose cambiano».

Da quando queste tecniche vengono usate e sono diventate efficaci? E lei quando se n’è accorta?
«Devo essere onesta: l’ho capito poco dopo essere stata assunta. Prima nemmeno sapevo dell’esistenza di società specializzate nel tentativo di alterare la volontà degli elettori. Ma ricordo che, in una delle prime riunioni a cui partecipai, Nix disse: “Noi non siamo una società che vende pubblicità: noi cambiamo i comportamenti della gente”. L’esempio classico che faceva ai clienti era quello del cinema. Se vuoi vendere più Coca-Cola durante uno spettacolo puoi fare una pubblicità martellante, ma funziona di più alzare la temperatura nella sala: alla gente viene sete e beve di più. La potenza di questi strumenti è aumentata molto negli ultimi anni grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale.

Intervista di Massimo Gaggi su 7 – Corriere della Sera

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