• 22/09/2020
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Cellule di coronavirus nei polmoni umani
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Negli ultimi mesi molti sociologi e filosofi non fanno altro che spiegarci che le nostre vite sono state sì stravolte dalla pandemia, ma in compenso questi duri mesi di incertezza e isolamento forzato ci aiuteranno a cambiare in positivo. Il loro slogan, o mantra, è che ‘la pandemia di coronavirus ci renderà migliori’. Sarò pessimista, ma non lo credo affatto; mi scuseranno gli intellettuali se cito Massimo Troisi, quando affermava che chi è buono diventerà più buono, chi è cattivo lo sarà ancora di più.

Sono (di poco) più ottimista quando penso che la paura generata da un così elevato numero di morti, in soli tre mesi, potrebbe suscitare maggiore consapevolezza riguardo i rischi che il nostro stile di vita comporta, essendo ormai evidente a tutti la concreta possibilità di poterne pagare nuovamente il conto nel presente e non, come ci si illudeva prima, in un ipotetico futuro.

La pandemia ha messo in ginocchio i sistemi industriali di tutto il mondo e ora ci costringe a riflettere con occhio diverso sui dati che evidenziano i danni provocati dall’ inquinamento. Mesi fa l’ultima statistica dell’OMS, tra l’indifferenza di molti, indicava in 80.000 all’ anno i decessi, solo in Italia, imputabili all’ inquinamento atmosferico. Parliamo di 219 morti al giorno. Con la conferma che più è costante nel tempo l’esposizione alle polveri sottili, più è alta la probabilità che il sistema respiratorio sia predisposto ad una malattia più grave.

Ora uno studio di alcuni docenti delle Università di Roma Tor Vergata, Torino e Oxford aggiunge un tassello importante, evidenziando anche la relazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e l’epidemia di coronavirus. “Abbiamo analizzato i dati di tutti i comuni e di tutte le province – spiega il professor Leonardo Becchetti, dell’Università di Roma Tor Vergata – Nello studio le variabili significative sulle cause di contagio e dei decessi per Covid-19 sono rappresentate dal combinato disposto di tre fattori: le misure di lockdown, il livello dell’inquinamento locale, soprattutto polveri sottili ma anche biossido di azoto, e le tipologie delle strutture produttive locali, in particolare le attività non digitalizzabili, che quindi nel periodo più acuto della crisi epidemica hanno avuto maggiori resistenze a chiudere. Le nostre stime indicano che la differenza tra province più esposte a polveri sottili (in Lombardia) e meno esposte (in Sardegna) è di circa 1.200 casi e 600 morti in un mese, un dato che implicherebbe il raddoppio della mortalità “. Quindi anche se non si può ancora stabilire un nesso di causalità, dalla statistica emerge che il coronavirus colpisce di più dove l’aria è più inquinata.

“Esistono centinaia di studi scientifici che in passato hanno sottolineato come le polveri riducono l’efficienza dei polmoni aumentando i rischi e peggiorando gli esiti delle malattie polmonari, cardiovascolari e dei tumori. Il COVID-19 è una malattia respiratoria e polmonare e il nostro studio trova un’associazione statistica molto significativa tra inquinamento, contagi e gravità degli esiti del COVID-19 – sottolinea Becchetti – Ecco perché è importante ridurre drasticamente l’inquinamento, sostenendo gli investimenti verdi su settori come l’economia circolare, la mobilità sostenibile e l’ efficientamento energetico. Ci vuole un piano di sviluppo che punti contemporaneamente sulla creazione di valore economico ma anche sulla salute e sull’ambiente”.

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