• 19/09/2020
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I 90 anni di Clint Eastwood (l'attore in primo piano)
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Clint Eastwood è un outsider. Hanno sempre provato a chiuderlo in una scatola ma lui sfugge a ogni classificazione: proprio grazie alla sua versatilità è arrivato dove nessuno avrebbe mai pensato potesse arrivare. Diventando un’icona che unisce tutti, anche chi non ama le sue idee politiche vicine ai repubblicani, opinioni che in realtà lo confermano come uno mai davvero allineato. Pensate infatti a quando ha voluto come interpreti di “Mystic River” (portandoli all’Oscar) Sean Penn e Tim Robbins, due attori in quel periodo emarginati da tutte le Majors hollywoodiane perché dichiaratamente contrari alla guerra di Bush. Nelle sue (finora) 41 regie, è passato da un genere all’altro, dai polizieschi che hanno creato il mito dell’ispettore Callaghan ai film musicali come Bird o Jersey Boys, dal film processuale, Sully, a quello sportivo, Invictus; persino spiritualista, come Hereafter con Matt Damon, o romantico, come I ponti di Madison County con Meryl Streep.

Da vero outsider si è giocato nel 1964 anche l’incontro con Sergio Leone, in cerca dell’attore protagonista di “Per un pugno di dollari”: pochi lo sanno ma Clint Eastwood era la dodicesima scelta del regista romano! Leone per quel ruolo voleva Henry Fonda, ma costava troppo; così come gli altri della lista, tra i quali Charles Bronson e James Coburn. Poi qualcuno gli segnala un attore “giovane e allampanato”, protagonista di un telefilm western in onda negli Usa, “Gli uomini della prateria”. Per Eastwood è la svolta, ottiene la parte e il suo primo grande successo in una trilogia (con “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo”) che rende celebre nel mondo il genere spaghetti western.

Sergio Leone di lui apprezzava proprio il suo essere fuori dai canoni, e quindi perfetto per il ruolo del pistolero senza nome. “Avevo bisogno più di una maschera che di un attore, e Eastwood a quell’epoca aveva solo due espressioni: con il cappello e senza cappello”. Non meno ironico è stato quello che Leone ha scritto vent’anni dopo per American Film: “Clint si cala dentro un’armatura e ne abbassa la visiera con uno scatto rugginoso. Precisamente quella visiera abbassata è il suo personaggio. E anche lo scatto rugginoso, secco come un Martini dell’Harry’s Bar”. La verità è che il regista romano sapeva benissimo quanto fu decisivo per il successo dei suoi film il carisma conferito da Clint al suo personaggio.

Più interessante capire come è nato l’apatico e tenebroso Uomo senza nome, personaggio che Leone affermò di avergli costruito addosso. Versione che non coincide con quella di Eastwood, soprattutto riguardo l’essenzialità dei suoi dialoghi: “Gli dissi che in un western di serie B devi spiegare tutto, mentre in un western di serie A devi lasciare che il pubblico riempia i buchi. E lui disse: okay”. Quello che è certo è che da allora la cifra stilistica di tutti i ruoli interpretati da Eastwood, non importa il genere, è caratterizzata da dialoghi asciutti di personaggi che si esprimono attraverso le loro azioni più che con le parole. L’americano dopo “Il buono, il brutto e il cattivo” non ha più lavorato per Sergio Leone: “Gli devo molto, ma a me piacciono le piccole storie – ha spiegato al critico Christopher Frayling per giustificare il suo no a prender parte a “C’era una volta il West” (nella parte che fu poi di Bronson) e a “C’era una volta in America” – Lui è andato verso film epici più grandiosi, io verso film più piccoli, verso storie più personali”.

Per l’attore californiano arriva quindi l’incontro con un altro regista fondamentale nella sua carriera, Don Siegel, da cui eredita lo spirito anticonvenzionale, e un personaggio che gli consente di mostrare di saper fare altro oltre al cowboy (tornato in Usa fece infatti ancora film western di discreto successo, come “Impiccalo più in alto”). E’ il personaggio dell’ispettore Harry Callaghan, dal carattere chiuso e ruvido, che negli anni ‘70 gli regala grande popolarità. Siegel lo dirige solo nel primo film della serie, poi negli altri quattro Eastwood passa dietro la macchina da presa.

Dirigere diventa una priorità: uno dei suoi gioielli, alla fine degli anni ‘80 (decennio non positivo per la sua carriera) è “Bird”, biopic del jazzista Charlie Parker. La musica è la grande passione di Clint Eastwood, compositore di molte colonne sonore dei suoi film. Ha raccontato che quando ascoltò per la prima volta, con il film ancora da montare, la colonna sonora di Morricone di “Per un pugno di dollari”, capì subito in che razza di capolavoro era capitato. “Bird” gli vale il Golden Globe come miglior regista, nonchè l’impresa di convincere una Major a finanziare un film con un protagonista nero eroinomane e senza nomi di richiamo nel cast. Da lì in poi sceglie quasi sempre la strada della regia, diventando uno dei migliori, abile nella gestione degli attori e nella drammatizzazione degli attimi (come Leone), attento all’architettura dell’opera e insieme alla psicologia dei personaggi. Agli inizi degli anni ‘90 “Gli spietati”, film dal cast stellare (Gene Hackman, Morgan Freeman) lo rilancia artisticamente, a 62 anni, quando molti lo avevano già dato per finito. Invece ottiene nove nomination all’Oscar, finendo per vincerne quattro, tra cui i due più ambiti, miglior film e miglior regia.

Chi nasce outsider lo è per tutta la vita e Clint non smette di sorprendere, come quando racconta la battaglia di Iwo Jima in due film, uno con il punto vista degli americani, l’altro con quello dei giapponesi, o come quando rivince l’Oscar con una storia sull’eutanasia, l’emozionante “Million Dollar Baby”. Film che ha molte analogie con un altro dei suoi capolavori, lo splendido e struggente “Gran Torino”: su un tema così abusato come il razzismo e la difficoltà di accettazione, Eastwood riesce a costruire una storia di amicizia commovente, senza sentimentalismi ma con grande ironia, dove il duro e sprezzante protagonista scopre di avere più valori in comune con i suoi vicini di casa coreani che con la sua famiglia.

Cambiando continuamente registro, passando da film di genere a ritratti intimi, Clint Eastwood al centro delle sue storie mette sempre l’uomo comune, che spesso deve espiare una colpa e cercare una redenzione. The ordinary man è il vero eroe dei suoi film.

Ora il novantenne Clint (due mogli, otto figli e tanti amori), per mantenersi in forma gioca a golf con Justin Timberlake e alla pensione non pensa affatto: “E’ una parola che non fa parte del mio vocabolario, perché dovrei fermarmi? Certo è buffo se ripenso a quando da bambino uscivo con mio nonno, che aveva passato gli 80, e io pensavo: oh Gesù, ma chi può vivere così a lungo?”.

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