• 19/09/2020
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La citta delle donne
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Per festeggiare i cento anni dalla nascita di Fellini in televisione hanno mandato La città delle donne. Che favolosa sventatezza! Lo stesso giorno Nanni Moretti ha programmato nel suo cinema, a Roma, Amarcord, I vitelloni, Lo sceicco bianco e Otto e mezzo. Ci saranno mostre, convegni, appuntamenti bizzarri e altri serissimi. Il 2020 sarà l’anno delle grandi celebrazioni, degli ossequi, dei «il più grande regista del mondo». Ma altra cosa è La città delle donne. Come ci dobbiamo comportare? Uscito nel 1980, non è il più bello né il più brutto dei suoi film, ha scene memorabili e lungaggini, invenzioni geniali e altre riciclate, tirate fuori dal suo baule di magie, e rispolverate. Ma non è questo. Rivedere adesso La città delle donne è un colpo al cuore. Adesso che ci offendiamo se il presentatore di Sanremo dice che le sue bellissime compagne di palco sono bellissime, e riteniamo necessaria una lettera di parlamentari per spingere il tragicamente goffo presentatore a chiedere scusa per un’altra frase sbagliata.

La città delle donne di Fellini è un film sontuosamente inaccettabile, se giudicato sul piano morale. Protagonista è Marcello Mastroianni nei panni di Snàporaz, alter ego di Fellini. Un uomo svagato, incapace di ascoltare e di farsi bastare una sola donna – secondo le parole di sua moglie Elena – un cinquantenne ancora preda del desiderio, seducente e all’eterna ricerca della femmina chimerica, la madre, l’amante perfetta, la sposa. Quest’uomo, sul treno, cade preda di un’eccitazione insopprimibile per la donna magnifica seduta di fronte a lui. La segue nel bagno e poi in un bosco, come un ragazzo segue un aquilone. E si mette nei guai. Finisce al Grand Hotel Miramare, dove in una specie di congresso di femministe subisce l’assedio di donne arrabbiate, che gridano frasi come «la penetrazione è un crimine» ma soprattutto mettono in scena un mondo caotico, vibrante, irrazionale, quella che per Snàporaz/Fellini deve essere la rappresentazione del femminile emancipato, cioè la sua variante orrorifica. Inseguito da Erinni minorenni e drogate, Snàporaz viene salvato da Katzone, che lo conduce nel suo castello abusivo, tempio di una virilità dannunziana, promiscua, ossessiva, mortifera. La notte, durante un temporale accompagnato da un vento felliniano, il vecchio Snàporaz, «lugubre cupo e stremato califfo», si rifugia dentro i corpi abbondanti e tranquillizzanti delle donne di servizio, le infermiere, le valchirie del circo, bionde e tedesche. La città delle donne è un viaggio nel piacere e nella nostalgia di un femminile in via di estinzione, l’unico col quale quella generazione (e non solo quella) riesce a gestire la propria mascolinità e il desiderio. Che fare? Considerarlo l’opera di un genio, e godersi la propria dissidenza, se c’è. Guardare attraverso lo sguardo inimitabile di Fellini qualcosa che i miei occhi non vedranno mai. Non identificarsi con un’opera d’arte può dare una gioia infinita, non condividere un punto di vista è la base della conoscenza. Ma non solo. Fellini aveva quella capacità eccezionale di «indossare la tonaca del profeta e in testa il cilindro coi lustrini del pagliaccio», come disse a Oriana Fallaci. E se considerassimo La città delle donne soltanto un film? L’artista è un pagliaccio, più o meno sublime, per non parlare del presentatore. Affidargli il compito di orientare le coscienze è sciocco e pericoloso tanto quando chiedergli di impiantarci un by pass coronarico. A ognuno il proprio mestiere, e a noi spettatori il piacere dell’indecenza.

Elena Stancanelli – La Stampa

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