• 19/09/2020
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Michela Marzano
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L’anoressia è la punta di un iceberg: è “solo” un sintomo. Terribile e devastante, certo; ma ancora più terribile e devastante è ciò che si nasconde dietro il sintomo: l’ansia, la paura, l’insicurezza, la disperazione, il senso di fallimento. È su questo che ci si dovrebbe concentrare. Anche perché, quando si cura solamente il sintomo, il rischio, per chi soffre, è di trovarsene velocemente un altro. Sebbene dall’esterno le cose sembrino andare meglio, quasi sempre restano la disperazione e la certezza della propria inutilità. E talvolta basta un nulla per precipitare di nuovo nel buco nero dell’autodistruzione, come è successo al ragazzo di Torino.

Fino ad alcuni anni fa, dell’anoressia non se ne parlava. Oppure se ne parlava poco e male. Si pensava che le persone che ne soffrissero fossero capricciose, egocentriche, manipolatrici. Si immaginava che fossero ossessionate dal corpo e dal suo “peso”. Anche se il “peso” che tormenta una persona anoressica è quello della vita. E allora si è pronti a tutto pur di sbarazzarsene, anche morire. Tanto è meglio morire piuttosto che cedere alle pressioni del mondo e continuare a far finta di essere altro rispetto a quello che si è. Oggi dell’anoressia – e degli altri disturbi del comportamento alimentare – si parla moltissimo.

È stata istituita la giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, il 15 marzo, per sensibilizzare pazienti, familiari, insegnanti e medici. Esistono centri specializzati in Umbria, in Lombardia, in Piemonte, in Emilia Romagna e in molte altre regioni. Ci sono psicoterapeuti, psicanalisti, psichiatri, nutrizionisti. Sono state messe a punto cure integrate e terapie familiari. Rari sono coloro che ancora pensano che si tratti di capricci o fisime. Eppure c’è ancora chi muore, oppure chi, pur senza morire, resta per sempre prigioniero di una gabbia in cui tutto gira intorno al cibo, alle calorie ingerite e poi consumate, allo sguardo altrui e al desiderio di farla finita per sempre. Cos’è che allora non funziona? Cosa si dovrebbe fare? Mancano leggi? Mancano strutture?

Nessuno sa esattamente cosa scateni l’anoressia o gli altri disturbi del comportamento alimentare. Si sa che le persone che ne soffrono sono particolarmente sensibili. Si sa che fanno di tutto per adeguarsi alle aspettative altrui. Si sa che hanno una forza di volontà estrema – perché ci vuole una forza fuori dal comune per rifiutare il cibo, anche quando si ha fame, e la fame diventa un’ossessione. Si sa che combattono con il cibo una battaglia che, con il cibo, non ha nulla a che vedere. Si sa che si sentono costantemente in colpa, e che la cosa che più desiderano è il “diritto di esistere” senza doversi costantemente scusare per non essere esattamente come gli altri avrebbero voluto che fossero, e come loro stessi immaginano di dover essere. Si sa che spesso vengono da famiglie disfunzionali, in cui non si sono sentiti amati e visti per quello che erano. Ma nessuno sa esattamente per quale motivo tutto ciò scateni poi questo mostro. Perché non c’è altro modo per definire l’anoressia. È un mostro. Con il quale la guerra può essere vinta, certo, ma a patto di accettare mille e mille battaglie perse. Ci vogliono anni per uscire dal tunnel. E la pazienza di insistere, anche quando si vorrebbe lasciar perdere perché si immagina che mai e poi mai si riuscirà a venirne fuori. E l’impotenza dei genitori, anche se per un genitore è insopportabile assistere alla discesa all’inferno di un figlio o di una figlia.

Certo, si può chiedere allo Stato che aumenti i fondi per i centri già esistenti e che si impegni a crearne molti altri sul territorio nazionale. Certo, si può pretendere che il personale medico sia ovunque più formato e più capace di formulare diagnosi precoci: prima ci si rende conto del malessere di un adolescente, prima si può iniziare un percorso di cura. Ma è inutile immaginare miracoli, o terapie rapide, o soluzioni immediate.

A chi mi chiede come ho fatto a venirne fuori io – perché poi, se mi permetto di scrivere tutto ciò, è perché l’anoressia l’ho vissuta, l’ho attraversata, e anche io, più volte, ho desiderato morire – rispondo che di anni ce ne ho messi venti. E che al di là del sintomo, la fatica è stata quella di ricominciare tutto da capo, rimettere tutto in discussione, spostarmi pian piano dalla mia ansia e dalla mia paura e dalla mia disperazione e dalla certezza di non valere nulla, di non contare nulla, di meritare solo la morte. Il “peso” della guarigione tocca a chi soffre. E anche se è ingiusto, e a tratti insopportabile, è l’unica risposta che – senza tradire me stessa e la verità – mi sento di dare. Anche a quei genitori che, distrutti dal dolore, vorrebbero risposte diverse.

Michela MarzanoLa Repubblica

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