• 22/09/2020
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Alberto Sordi segreto. Albertone che ride nella sua intimità
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Il 15 giugno di cento anni fa nasceva uno dei volti più amati del nostro cinema, Alberto Sordi. Sono tante oggi le celebrazioni in suo onore, da una cerimonia in Campidoglio (con Verdone e De Sica) ai passaggi televisivi su quasi tutti i canali dei suoi film più amati. Molti anche i libri usciti questo mese per festeggiarlo; io ve ne segnalo uno, imperdibile per chi non ama le versioni ufficiali trite e ritrite. Si tratta di “Alberto Sordi segreto. Amori nascosti, manie, rimpianti, maldicenze” (Rubettino Editore), scritto da Igor Righetti. L’autore è una voce storica di Radio1 con il programma Il ComuniCattivo, ma qui è in qualità di cugino di Sordi: il nonno infatti era il fratello di Maria Righetti, madre di Alberto Sordi.

Nelle 242 pagine (con prefazione di Gianni Canova) Righetti racconta Sordi tra pubblico e privato, soffermandosi su suoi rapporti con i colleghi più famosi. Con Nino Manfredi, ad esempio, non aveva un gran feeling: una ruggine nata da un’intervista in cui l’attore ciociaro disse che “Sordi non ha mai fatto altro che se stesso in vita sua ed è per questo che oggi è finito”. A noi parenti – sostiene Righetti – Alberto non ne ha mai parlato come suo amico, al contrario ci svelò che, se lui era avaro, Nino Manfredi era veramente tirchio. Retroscena confermato nel libro anche da Pippo Baudo. L’ autore peraltro scrive che anche con Carlo Verdone in realtà non c’era una gran sintonia.

Secondo il cugino di Sordi, il più grande rimpianto dell’ Albertone nazionale era quello di non essere mai stato candidato agli Oscar; mentre la categoria che stimava di meno era quella dei critici cinematografici: “Si commuovono soltanto davanti ai sarcofagi, basti pensare che cosa hanno fatto con Totò”.

Interessanti anche le considerazioni dell’autore su una delle leggende che ancora oggi continua a circolare su Sordi, la sua presunta avarizia. “E’ falso, in realtà era generoso, ma senza ostentare: chi lo conosceva veramente sa che frequentava gli orfanotrofi e che aveva adottato a distanza decine di bambini: filantropia sempre fatta in silenzio, questo era il suo stile. Ai familiari che gli erano più vicini e alla contessa Patrizia De Blanck, con la quale ebbe una love story nei primi anni ’70, Alberto ha sempre detto di voler destinare la sua villa faraonica a orfanotrofio perché in quella casa non c’è mai stato il sorriso di un bambino”. Come sappiamo invece è diventata una casa museo (l’inaugurazione è slittata al 16 settembre), contravvenendo, secondo Righetti, alle sue volontà “perché la sua villa l’aveva sempre protetta da sguardi indiscreti con estrema fermezza, e mai avrebbe voluto che fosse mostrata al pubblico”.

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